IL PREZZO PINGPONG DEL GREGGIO
POTENZIA TUTTI I BOOMERANG
INASCOLTATI PRIMA DELLA CRISI
Il
petrolio torna a farsi sentire. Non c'è stato, nelle ultime
settimane, un balzo dei prezzi:
eppure
il Wti (Il greggio di riferimento per il mercato nordamericano)
si è arrampicato fino a quasi 86 dollari per barile, il massimo
da diciassette mesi. Anche il Brent, la varietà scambiata a
Londra, ha sperimentato una dinamica simile. E' alla luce di
questi movimenti che bisogna leggere le polemiche sui prezzi dei
carburanti in Italia. L'intervento delle associazioni dei
consumatori ha sollecitato prese di posizione da parte del
governo (Con la promessa di proseguire sul percorso della
liberalizzazione da parte del sottosegretario allo Sviluppo
economico, Stefano Saglia) e la reazione della solitamente
silenziosa Unione petrolifera. A marzo, con quattro comunicati
stampa, l'associazione ha spiegato - dati alla mano - la
coerenza tra i prezzi italiani e le quotazioni internazionali
dei prodotti raffinati.
Dietro l'escalation del petrolio, piuttosto, c'è
la fuoriuscita del mondo dalla recessione. Secondo la Banca mondiale, il Pil globale, dopo
la contrazione del 2,2 per cento nel 2009, dovrebbe crescere del
2,7 per cento nel 2010 e del 3,2 nel 2011. E' normale quindi il
ritorno delle tensioni rialziste, perché tali tensioni sono
implicite alla ripresa economica: secondo l'Opec la domanda
globale, scesa da 85,7 milioni di barili al giorno nel 2008 a
84,4 nel 2009, tornerà a 85,2 milioni di barili al giorno in
media nel 2010. Dal lato dell'offerta si è osservata una certa
timidezza negli investimenti, frutto anche dell'intervento
dell'organizzazione dei paesi produttori (Con un target
dichiarato attorno ai 75 dollari al barile). Come risultato,
sono rallentati gli investimenti e l'output si è mantenuto
leggermente al di sotto della domanda. La capacità produttiva,
insomma, è più che sufficiente agli attuali livelli, ma potrebbe
tornare sotto pressione se l'economia crescerà secondo le
previsioni. La speculazione, che molto probabilmente recita oggi
un ruolo come l'ha giocato durante il rally dei prezzi del 2008,
si insinua proprio nei dubbi legati alla ripresa economica. Se
il mondo convergerà rapidamente sui livelli di domanda pre
crisi, le tensioni che allora spinsero il barile sulla soglia
dei 150 dollari potrebbero ripresentarsi, seppure in un mondo
radicalmente mutato sotto altri aspetti. La sensazione tra gli
investitori - sia industriali, sia finanziari puri - è che i
mercati temano l'assottigliarsi del margine tra domanda e
capacità produttiva, riproducendo così un quadro in cui
qualunque minaccia (Instabilità geopolitica come nel caso
iraniano, attacchi terroristici, pirateria, incidenti) può
allargare gli squilibri.
In questo senso, la speculazione non va vista come
un problema in sé, ma come la spia di un problema potenziale: la sua stessa esistenza suggerisce che è
tornato il momento, per le compagnie petrolifere e i paesi
produttori, di investire in esplorazione e sviluppo. La
propensione a investire dipende dalla disponibilità dei paesi
ricchi di risorse ad aprire i propri confini. Le nazioni
occidentali possono lamentarsi con i paesi produttori, ma
difficilmente sono credibili se poi non sono altrettanto
tolleranti. E' anche in quest'ottica, forse, che bisogna leggere
la recente decisione del presidente americano, Barack Obama, di
aprire all'esplorazione alcune aree offshore dell'Atlantico e in
Alaska che prima erano poste sotto vincolo. Ma, se anche questa
obiezione fosse messa a tacere, l'altra resterebbe priva di
risposta: tra il 2004 e il 2008, i Paesi Opec hanno incassato
meno, dalla vendita del greggio, di quanto le nazioni del G7
abbiano incassato per mezzo delle tasse sui prodotti
petroliferi. I governi dei Paesi consumatori hanno il coraggio
di dare il buon esempio?
real-finance
UN
NUOVO SISTEMA DI REGOLE PER LE BANCHE CROSS-BORDER
Come garantire la stabilità del sistema
finanziario senza rinunciare ai benefici
dell'innovazione e alla dimensione globale e multifunzionale
delle istituzioni? Cerca di rispondere a questa domanda
un rapporto di Ceps-Assonime. Ne pubblichiamo una
sintesi, suddivisa in quattro interventi. Iniziamo dalla
nuova architettura regolamentare dei gruppi bancari
cross-border, fondata sul contenimento dell'azzardo
morale per i banchieri e sull'effettiva possibilità di
fallimento per tutte le istituzioni finanziarie. Il
dibattito sulla riforma della regolamentazione è stato
inopinatamente deviato da proposte tese a ripristinare
antiche separazioni strutturali tra gli intermediari
oppure a limitarne per legge certe attività (La regola
di Volcker). Tali misure non sono necessarie, sarebbero
di difficile attuazione e potrebbero comportare alti
costi in termini di disponibilità di credito per
l’economia – se ad esempio limitassero la capacità delle
banche di coprirsi dai rischi di credito o di gestire la
liquidità.Esistono soluzioni alternative che possono garantire
la stabilità del sistema senza rinunciare ai benefici
dell’innovazione finanziaria e alla dimensione globale e
multifunzionale delle istituzioni finanziarie. Tali
soluzioni si fondano su due pilastri:
DUE PILASTRI PER LA STABILITÀ
I) il contenimento dell’azzardo morale per i
banchieri, attraverso il rafforzamento della disciplina di
mercato sugli azionisti e sui manager delle banche e
l’aumento del costo della licenza bancaria;
II) l’effettiva possibilità che tutte le
istituzioni finanziarie, o almeno gran parte di esse,
possano fallire senza ripercussioni sistemiche ingestibili.
Le precondizione per ripristinare incentivi
corretti per i manager e gli azionisti delle banche è la modifica delle regole sul capitale, in
particolare con l’eliminazione dei requisiti basati sugli attivi
ponderati per il rischio. Quel sistema è logicamente viziato,
poiché la rischiosità degli attivi non può essere misurata
indipendentemente dalle condizioni di mercato e dal grado di
fiducia e, pertanto, i requisiti di capitale vengono
sistematicamente sottostimati in condizioni di mercato
favorevole, sovrastimati quando il clima della fiducia si
deteriora. Un requisito di capitale minimo, calcolato in
rapporto al totale delle attività o delle passività dei gruppi
bancari, è comunque indispensabile per porre un tetto
all’eccessiva assunzione di rischio da parte delle banche, in
presenza di massicce asimmetrie informative tra i manager, da un
lato, gli investitori e i regolatori dall’altro.
Una volta corrette le regole
prudenziali sul capitale, per rimuovere dal sistema bancario
l’azzardo morale occorre intervenire su tre fronti:
A) riportare a un giusto equilibrio i privilegi
della licenza bancaria;
B) rimuovere la promessa esplicita o implicita
di salvataggio pubblico in caso di crisi;
C) rendere difficile una eccessiva acquiescenza
delle autorità di vigilanza verso le banche vigilate.
Il sistema di garanzia dei depositi si è spesso
trasformato in un sistema che protegge la banca o l’intero gruppo bancario, invece che i soli
depositanti, al fine di impedire ripercussioni negative sulla
fiducia del mercato. Inoltre, molti sistemi di garanzia dei
depositi non sono adeguatamente finanziati; ciò comporta una
promessa implicita che, in caso di bisogno, si potrà ricorrere
alle casse pubbliche – una promessa che diviene quasi una
certezza per le banche di maggiore dimensione. Un sistema
riformato di garanzia dei depositi è il primo pilastro di una
architettura regolamentare per i gruppi bancari cross-border
capace di contenere al minimo l’azzardo morale. Al fine di
ristabilire il giusto prezzo per la licenza bancaria, le banche
dovrebbero sostenere ex-ante il costo pieno della garanzia dei
depositi, con contributi al fondo di garanzia basati sul rischio
intrinseco della banca. Tali contributi devono diventare lo
strumento per far pagare alle banche il giusto prezzo del
rischio che generano, valutato in base a un accertamento di
vigilanza della probabilità di fallimento di ciascuna banca e
del rischio generato per il sistema. La valutazione del rischio
dovrebbe considerare, oltre alla qualità degli attivi, fattori
quali la stabilità delle fonti di finanziamento, la gestione dei
rischi e il sistema dei controlli, la liquidità e le fonti
integrative in caso di bisogno, il grado di interconnessione con
altre banche, la complessità, la stessa dimensione.
Il secondo pilastro per ridurre significativamente
l’azzardo morale nel sistema finanziario è la credibile rimozione della promessa che le
grandi banche non possano fallire. Al riguardo, tutti i
principali paesi dovrebbero adottare procedure speciali di
risoluzione – sul modello di quelle già esistenti negli Stati
Uniti, nel Regno Unito e in Italia – gestite da un’unica
autorità amministrativa, con ampi poteri di intervento in caso
di crisi. Prevenzione, riorganizzazione e liquidazione sarebbero
parte di un’unica procedura su base consolidata, gestita per
ciascun gruppo bancario da un’unica autorità amministrativa. Per
facilitare la procedura di risoluzione, tutti i gruppi bancari
dovrebbero fornire ai supervisori un documento (Le
disposizioni testamentarie in vita) che illustri in
dettaglio la struttura consolidata delle entità legali che
dipendono dalla capogruppo per la loro sopravvivenza, i crediti
verso il gruppo e il loro ordine di priorità, gli eventuali
meccanismi di segregazione per proteggere le funzioni di
rilevanza sistemica (Sistemi di pagamento, settlement di
operazioni auto liquidanti, eccetera) e una chiara
descrizione delle responsabilità e dei meccanismi decisionali
operativi.
L’INTERVENTO DELL’AUTORITÀ DI VIGILANZA
Infine, il terzo pilastro di un sistema
finanziario efficacemente riformato è un meccanismo volto a
limitare l’inerzia dei supervisori. Serve un sistema di
interventi obbligatori da parte delle autorità di vigilanza,
sotto la vigilanza dell’Autorità bancaria europea, man mano che
il capitale scende al di sotto di determinate soglie. Se la
ricapitalizzazione fallisce, i supervisori saranno tenuti a
imporre le misure di riorganizzazione necessarie: vendita di
attivi, chiusura di linee di business, cambio di management,
cessione dell’intera banca a un istituto più solido. Se anche
tali azioni risultano insufficienti, inizia la liquidazione: i
depositi e le altre attività sane della banca saranno allora
conferiti a una banca ponte, assicurandone la continuità, mentre
tutte le altre attività e passività, insieme con il compenso
pagato per il trasferimento di attivi e passivi alla banca
ponte, resteranno nella banca residuale. A quel punto, questa
perderà la licenza bancaria e verrà affidata a un amministratore
– nominato dall’Autorità bancaria europea – che ne curerà la
liquidazione davanti ai tribunali delle giurisdizioni rilevanti.
Il beneficio di un tale sistema è che gli interventi correttivi
hanno luogo ben prima che il capitale scenda a zero, in modo che
le perdite per il fondo di garanzia dei depositi e, in ultima
istanza, per i contribuenti, siano contenute. Il sistema deve
essere completato da un accordo tra i paesi membri dell’Unione
su una chiave di ripartizione delle perdite residue che non sia
stato possibile evitare.